“L’ipotesi neocattolica” di Massimo Prearo: una lucida analisi dei movimenti anti-gender e del loro impatto politico

L’ipotesi neocattolica:  	Politologia dei movimenti anti-genderL’ipotesi neocattolica: Politologia dei movimenti anti-gender by Massimo Prearo
My rating: 5 of 5 stars

Massimo Prearo è da anni uno dei più lucidi e seri analisti dei dibattiti e dei movimenti legati alle questioni di genere in Italia e nel più ampio contesto europeo. L’uscita di questa monografia, che analizza l’ideologia e la geneologia del movimenti anti-gender in Italia, rappresenta quindi un evento importante per tutti coloro che si occupano del tema. In particolare per la volontà dell’autore di analizzare il fenomeno da un punto di vista non puramente sociologico, ma esplicitamente politologico, con un’attenzione specifica anche per la dimensione del potere.
Il primo capitolo del libro parte dal versante ideologico, ricostruendo la genesi e lo sviluppo del concetto di ‘gender’, prima nei documenti della Chiesa Cattolica e successivamente sempre più negli scritti e nei discorsi degli esponenti dei movimenti cattolici conservatori più recenti (come ProVita onlus, il Comitato Difendiamo i Nostri Figli e Generazione Famiglia, solo per citare gli esempi più significativi di una galassia estremamente ramificata). Movimenti che si caratterizzano, secondo l’autore, per una serie di novità rispetto al tradizionale movimentismo cattolico: sia per la loro extra-ecclesiasticità, con un significativo grado di autonomia rispetto alle gerarchie vaticane; sia per il loro carattere politico, che si concretizza in un approccio dal basso che non vuole identificarsi con specifici partiti politici, ma anzi utilizzare i partiti stessi per portare avanti un’agenda anti-gender, pro-life and pro-family.
I successivi capitoli tracciano appunto l’evoluzione di questi movimenti, dalle Marce per la vita all’inizio dello scorso decennio, fino ai Family Day organizzati nel pieno della discussione sulla Legge Cirinnà, e al controverso World Congress of Families tenutosi a Verona nel 2019. Un ambito movimentista che si sviluppa a partire dall’esperienza francese di Manif Pour Tous, e dagli ambienti neo-catecumenali capitolini, ma successivamente cresce fino a diventare, secondo l’autore, non solo “extra-ecclesiastico”, ma persino “extra-cattolico”, per la sua volontà di includere nel campo anti-gender e pro-family anche persone che non necessariamente facciano riferimento al Cattolicesimo (per quanto questa aspirazione rimanga spesso un’operazione di facciata). Un’operazione per cui Prearo utilizza il termine “neocattolico”, proprio per significare un progetto che si sviluppa in modo indipendentemente – e sotto alcuni punti di vista persino in antitesi – rispetto alla dottrina ufficiale della Chiesa (almeno quella di Papa Francesco, dato che il punto di riferimento ecclesiale per questi movimenti rimane largamente Benedetto XVI).
La parte forse più interessante dal punto di vista analitico – almeno per chi come me legge il libro da un punto di vista politologico – è tuttavia il quinto e ultimo capitolo, insieme alle conclusioni del volume, in cui si evidenzia più chiaramente la dimensione politica dei nuovi movimenti cattolici. Una dimensione politica che, secondo Prearo, è decisamente e consapevolmente “pre-politica”. Ovvero, rifiuta di identificarsi con un partito politico per provare invece, al contrario, a contaminare con le proprie idee (e colonizzare con i propri rappresentanti eletti) i partiti politici del campo della destra conservatrice e nazionalista. Qui emerge l’interessante punto di vista dell’autore, che contesta apertamente l’idea di “strumentalizzazione della regione” proposta da alcuni osservatori e studiosi, per parlare invece di una strumentalizzazione della politica da parte dei nuovi movimenti cattolici.
Questa è decisamente una parte che avrebbe meritato un maggiore spazio: l’unico rammarico che rimane forse al lettore del libro è quello che solo nelle pagine delle conclusioni si affronti la questione dell’approdo politico di questo movimento, con la suggestiva tesi di una metabolizzazione del discorso religioso da parte dei movimenti, che avrebbe reso possibile un uso politico partigiano dei simboli cattolici da parte di leader come Salvini. Una tesi, come già detto, in controtendenza rispetto a una parte significativa della letteratura sui partiti populisti e sull’uso politico della religione, che speriamo l’autore esplorerà più in dettaglio nei suoi lavori futuri.

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‘Going Public’ di Michael Gecan: una guida per l’organizer del 21° secolo

Going Public: An Organizer's Guide to Citizen ActionGoing Public: An Organizer’s Guide to Citizen Action by Michael Gecan
My rating: 5 of 5 stars

‘Going Public’ di Michael Gecan è uno dei testi fondamentali (insieme a quelli di Alinsky e a ‘Roots for Radicals’ di Ed Chambers) per comprendere la pratica del community organizing nella versione proposta dalla Industrial Areas Foundation (IAF) e dai suoi affiliati. Gecan, statunitense di origine croata, è una figura centrale nel community organizing contemporaneo, avendo guidato per lungo tempo le attività di community organizing nel quartiere di Brooklyn a New York e la stessa Metro-IAF.
Nel libro, in cui si alternano le storie e gli aneddoti e gli spunti teorici relativi all’attività di organizer, sono chiariti bene alcuni punti che nelle opere di Alinsky rimanevano scarsamente definiti.
In primo luogo, in particolare nei primi due capitoli del libro, si definisce la natura relazionale del lavoro degli organizer IAF di oggi, che si discosta parzialmente dal lavoro di Alinsky, focalizzato maggiormente sulle dinamiche di potere e sul self-interest degli attori. Lo strumento dell’incontro relazionale, con la condivisione delle proprie storie, emerge quindi come la principale metodologia per costruire organizzazioni di quartiere durevoli, basati su relazioni umane profonde.
Questo non significa che l’aspetto del potere sia trascurato: al contrario, nelle successive parti del libro (dedicate ad azione, organizzazione e riflessione) l’analisi del potere emerge come un altro elemento fondamentale per un’efficace azione di organizing. Gecan chiarisce come l’obiettivo per un community organizer non sia avere familiarità con le figure di potere, ma bensì mantenere un’efficace relazione pubblica caratterizzata da dialogo ma anche da un certo livello di tensione.
Queste dinamiche sono semplicficate magistralmente dal capitolo 7 del libro, ‘Ambiguity, Reciprocity, Victory’, in cui si descrive il complesso rapporto fra gli organizer IAF e il sindaco di New York Rudolph Giuliani: un rapporto decennale caratterizzato da fasi di collaborazione alternate ad altre di freddezza se non di aperta ostilità.
Un altro aspetto del community organizing che veniva lasciato in ombra da Alinsky e che è illuminato da questo libro è il rapporto fra l’azione locale e quella nazionale. Gecan è consapevole del paradosso rappresentato dalle organizzazioni della IAF, con un forte radicamento territoriale ma spesso con uno scarso impatto sulla politica nazionale statunitense. Questo non lo porta a rinnegare il modello. Al contrario, rivendica i successi ottenuti dal suo movimento (in particolare le prime leggi sul salario minimo; la bonifica di quartieri periferici urbani degratati; e la costruzione di migliaia di case popolari a basso costo) sulla base di sperimentazioni locali costruite lentamente dal basso che poi, via via, si estendono ad altre realtà fino a diventare issues di rilevanza nazionale.
Questo, naturalmente, risolve solo in parte il paradosso, in quanto lo stesso Gecan si rende conto che sarebbe necessario un numero molto più ampio di organizers in molte più città per avere un impatto nazionale significativo. L’idea è tuttavia quella che non sia possibile forzare i tempi, o il passaggio dal livello locale a quello nazionale, senza perdere il patrimonio di relazioni e di competenze costruito lentamente e faticosamente nelle organizzazioni locali di vicinato. Quella che emerge, quindi, pare essere una sorta di costruttiva rassegnazione a rimanere una minoranza pur di non sacrificare la propria autenticità.
Un altro aspetto del community organizing descritto da Gecan che un lettore europeo potrebbe trovare ostico è il fatto che le reti della IAF si realizzano quasi esclusivamente a partire dalle congregazioni religiose e dai loro aderenti. Una scelta, questa, non condivisa da altre organizzazioni americane di organizers, come la oggi defunta ACORN; e che pone anche la questione di quanto il modello IAF sia replicabile fedelmente in contesti europei caratterizzati da una società civile più secolarizzata e da un quasi-monopolio religioso cattolico al posto del pluralismo americano.
Nel complesso, quindi, una lettura stimolante, da cui chiunque voglia approfondire la teoria e la pratica del community organizing ricaverà molte risposte, ma anche altrettante domande; e pone sfide interessanti per chi intenda utilizzare questa pratica al di qua dell’Atlantico.

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Reveille for Radicals di Alinsky finalmente in italiano!

Radicali all'azione! Organizzare i senza-potereRadicali all’azione! Organizzare i senza-potere by Saul Alinsky
My rating: 5 of 5 stars

“Radicali all’azione! Organizzare i senza potere” è la traduzione del libro Reveille for Radicals, del 1946, in cui Saul Alinsky per la prima volta delineava le caratteristiche del metodo del community organizing. Insieme a Rules for Radicals (1971) costituisce l’unica opera (senza considerare gli scritti sparsi e le corrispondenze) di questo autore ed attivista americano. Nel libro vengono analizzati il percorso e le condizioni necessarie per la costruzione di un’organizzazione di quartiere viva e partecipata, che secondo Alinsky costituisce l’unico antidoto possibile all’apatia e al fatalismo in cui è caduta la democrazia americana.
Il libro si divide in due parti, delle quali la più interessante è probabilmente la seconda, in cui si cerca di definire le caratteristiche di un’organizzazione di quartiere (un programma onnicomprensivo, senza focalizzarsi su argomenti limitati; l’individuazione e il potenziamento dei leader locali; la definizione dal basso di problemi e soluzioni, in opposizione ai programmi di ingegneria sociale calati dall’alto; e la funzione educativa dell’organizzazione di quartiere), le sue tattiche e strategie.
Molto interessante anche la corposa introduzione, ad opera di Alessandro Coppola e Mattia Diletti, due studiosi attenti conoscitori di Alinsky e del contesto socio-culturale americano, in cui viene ricostruita in modo apprezzabile la formazione culturale e le posizioni del fondatore del metodo del community organizing.
La prima parte del libro è invece un po’ più datata e focalizzata sul contesto americano: questo vale in particolare per il capitolo “I radicali: dove trovarli oggi?”, che contiene una lunga digressione sul sindacato americano che può essere tranquillamente sorvolata dai non addetti ai lavori.
Non è un’esagerazione dire che la pubblicazione di questo libro in Italia costituisce un evento, atteso da decenni (da quando Olivetti ne considerò la pubblicazione nelle sue Edizioni di Comunità, per poi scartare l’idea). Ovviamente, questo lavoro non basta a dare un’idea al lettore italiano delle complessità del community organizing, che dall’epoca di Alinsly si è evoluto e diversificato. Una lacuna che potrà essere colmata solo con la pubblicazione di lavori più recenti, come quelli di Ed Chambers e Michael Gecan. Tuttavia, esso rappresenta una lettura imprescindibile per capire un fenomeno, come quello del community organizing, che non solo è sempre attuale e vivo negli USA, ma per cui l’interesse, anche in Europa, è cresciuto in modo significativo negli ultimi due decenni, con la realizzazione di progetti in quasi tutti i paesi dell’Europa occidentale, a partire da Regno Unito e Germania (ma anche, più di recente, in Italia).

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Upload: un paradiso ultracapitalista

Ho appena visto l’ultima puntata della prima serie di Upload (disponibile su Primevideo). La serie è intelligente, emozionante, divertente. Quindi la consiglio sicuramente. Ma non è per questo che ho deciso di scrivere una recensione. Il punto è che questa fiction solleva una serie di questioni che mi interessa esplorare.

LA TECNOLOGIA. Non credo di fare spoiler se rivelo che la storia ruota intorno a Nathan, un giovane appena deceduto, la cui mente è stata scannerizzata e caricata su Lakeview, un esclusivo resort virtuale, un paradiso digitale per soli ricchi. Questo è un tema che mi appassiona moltissimo, e su cui consiglio di leggere anche il romanzo Fall, or Dodge in Hell di Neal Stephenson. Il fatto che un autore di culto della narrativa speculativa come Stephenson si sia occupato di questo tema non è un caso, perché di emulazione della mente si parla sempre più di frequente: secondo Nick Bostrom anche come un modo per raggiungere la superintelligenza artificiale. Fantascienza? Forse, ma secondo alcuni potrebbe diventare realtà nel giro di pochi decenni. E quindi?

I DILEMMI MORALI. Premetto che nella serie si parla molto poco delle implicazioni morali, metafisiche e religiose dell’upload di una mente. La questione è solo sfiorata quando uno dei personaggi (del mondo reale) si pone l’alternativa tra il vivere per sempre nel paradiso virtuale di Lakeview, oppure (essendo lui un credente) riabbracciare la moglie nel paradiso ultraterreno. Questa è una questione che sicuramente poteva essere sviluppata di più, ma è anche comprensibile che gli autori abbiano voluto evitare implicazioni troppo scomode. Speriamo che nelle prossime serie si possa fare di più, perché le possibili controversie morali e sociali generate da questo tipo di tecnologie, in caso venissero realizzate, sono enormi. Per dirne una: l’upload della mente è solo un replicante digitale, che riproduce le azioni e reazioni dell’originale, oppure un vero e proprio essere cosciente, che ha una vera continuità con l’originale? E soprattutto: quali saranno le reazioni delle religioni organizzate e dei movimenti fondamentalisti? Se c’è una tecnologia che può scatenare reazioni luddiste, di rifiuto della tecnologia, è sicuramente questa.

DISUGUAGLIANZE. La serie ci dice tuttavia molto anche a proposito del nostro mondo, e di questioni molto più materiali. Questo lo scopriamo immediatamente dalle prime puntate. Lakeview è un paradiso ultracapitalista, dove tutto è a pagamento, compresa la vita delle persone: infatti gli upload che non hanno più fondi vengono privati di tutti gli extra; o persino, nei casi estremi, congelati. Al contrario, i ricchi possono permettersi qualsiasi lusso. Tutto questo si riflette, per quanto possiamo vedere, nel mondo reale (anche se riusciamo a vederne solo una piccola parte), con i ricchi e privilegiati da una parte, e dall’altra gli ‘have not’, che nonostante la maggior parte delle attività (dalla guida di automobili alla cassa dei supermercati) siano svolte da intelligenze artificiali, è costretta a fare bullshit jobs per sopravvivere. Credo che non sia per caso che tutti gli ‘angeli’, che svolgono il customer service per i residenti di Lakeview, siano rappresentanti di minoranze etniche, mentre la ricca famiglia della fidanzata di Nathan ha un aspetto molto WASP.

Un aspetto molto interessante del mondo di Upload è il fatto che il sistema capitalista sembra strettamente legato ad una forma pervasiva di economia reputazionale (sotto forma di valutazione da una a cinque stelle), che non si estende solo alla valutazione degli impiegati (per i quali anche la possibilità di effettuare l’upload di un proprio congiunto dipende dalla reputazione guadagnata). Persino i rapporti sessuali vengono valutati in questo modo, in un mondo dove le relazioni sembrano ormai dipendere in larga parte dai social network e dalle apps di incontri. Il mondo di Upload somiglia quindi, se vogliamo fare un paragone, al modello cinese: capitalismo selvaggio, burocrazia basata su un sistema reputazionale, e poca democrazia (ma di questo parlerò dopo).

LA PROPRIETA’ DELLE TECNOLOGIE. Veniamo qui ad un punto specifico: la proprietà delle tecnologie. Le nuove tecnologie porteranno ad un mondo post-scarsità e post lavoro, più equo e sostenibile? Saranno quindi le tecnologie liberatrici di cui parlava Bookchin? Oppure riusciranno solo a trasformare il mondo in una distopia ultracapitalista? Gli autori di Upload sembrano evidentemente propendere per la seconda ipotesi (forse perché risulta più avvincente dal punto di vista narrativo?). Nel corso della serie si scopre infatti che ci sono ricerche per democratizzare la tecnologia dell’upload, sottraendola al controllo delle corporation. Non mi dilungo su questo, perché è uno dei perni della trama (e non posso rivelare troppo!), ma mi limito ad osservare che più la tecnologia si sviluppa, più la questione di chi detiene la proprietà delle tecnologie diventa fondamentale. Nel mondo del tardo ventunesimo secolo, non sarà tanto importante chi detiene i mezzi di produzione, ma chi detiene il controllo delle tecnologie, e se queste tecnologie saranno disponibili open source o su base proprietaria. Questo potrebbe avere un’influsso fondamentale anche sullo sviluppo più generale dei sistemi economici. Su questo gli autori di Upload sembrano avere le idee molto chiare.

LA DEMOCRAZIA? NON PERVENUTA. Ho notato da tempo che le visioni fantascientifiche degli ultimi decenni tendono a non includere la democrazia. In qualche caso troviamo vere e proprie distopie in cui gli individui sono privati dei più elementari diritti da un potere umano o artificiale. In altri, semplicemente si dà per scontata la depoliticizzazione della società, in sistemi dove solo l’economia sembra più contare. Anche in questo caso, le scelte sono spesso un espediente narrativo; ma, credo, ci dicono anche molto sulla percezione che gli autori hanno del nostro mondo. Upload non fa eccezione, dato che, a quanto ricordo, non vi è presente un solo riferimento politico. Un attimo: uno in realtà c’è: la menzione del fatto che il ricchissimo padre WASP della fidanzata di Nathan conosceva Ronald Reagan. E’ un ammiccamento? O un riferimento in codice al fatto che il capitalismo selvaggio e le disuguaglianze del mondo di Upload discendono dalle idee e dalle politiche reaganiane? Il mio intelletto propende per la prima ipotesi, ma al mio cuore piace immaginare uno sceneggiatore (o sceneggiatrice) con un penchant per la denuncia sociale.

Political Research Exchange: A New Model of Academic Journal

I have recently been selected as one of the associate editors of Political Research Exchange (PRX), a new open access journal published by Taylor and Francis and sponsored by the ECPR. It is a great honour for me, and I am particularly excited because during my career I have become increasingly dissatisfied with ‘traditional’ paywalled academic journals.

There is a hard dilemma in the life of many researchers who share this feeling: you can choose to publish in open access journals, which often have no impact factor; or you can publish in traditional journals, who restrict access to knowledge to those individuals and academic institutions that can pay high fees for it. A problem not solved by the so-called gold open access (which requires the authors or their institutions to pay thousands of euros to grant access to everybody).

PRX is a bold experiment which, in my opinion, will challenge the status quo and, if imitated by others, might even change the current balance of academic publishing. On the one hand, it is published by a renowned academic publisher. On the other, the ECPR sponsorship allows the journal to have no fees for the first two years of activity, and very low ones later (at least for researchers belonging to an ECPR-affiliated institution).

Of course, I am aware that it is not a case of entirely free knowledge. However, it is a beginning, and I look forward to starting this new experience and learning from it.

 

In Hamburg for the 2018 ECPR General Conference

Between 22 and 25 August I’ve been in Hamburg for the yearly General Conference. Our Religion and Politics Standing group was very involved, organizing a section on “Revisiting Religion and Politics Research: Achievements, Critique, Future Questions”. The section included eight panel sessions on diverse subjects of the religion and politics field.

Particularly, with the precious help of Dr Marko Vekovic (University of Belgrade) I’ve convened two panel sessions on “Religion and Political Parties in Contemporary Democracies”, which included renowned scholars such as Prof. Sultan Tepe and Prof. Madalena Meyer Resende, but also some very interesting junior researchers from all over Europe. A lot of interest was of course focused on populist parties, a subject which was the focus of many panels in this year’s conference. In our panels, we have discussed about the role of religion in the populist phenomenon. Is there a role of the religious cleavage, or populist parties only instrumentalize religion in identity terms? Well, it is still hard to say, at this stage.

On Saturday 25th, the business meeting of our standing group has taken place, with the participation of about 25 colleagues. The main issue was the election of a new board member, after the resignation of Anja Hennig. The attendants have unanimously acclaimed Eva-Maria Euchner (Munich University) to take Anja’s place. The group is in very good health, with 231 members (a 15% growth since the 2016 conference) and very good ideas for future activities, which might include a summer school and a new journal. We also look forward a tighter cooperation between the ECPR group and the religion and politics groups and networks active at the national level in many European countries.

As a whole, the conference was a very pleasant experience, also because of the beautiful location (the city of Hamburg indeed proved a very pleasant venue), and the good organization. Particularly, I’d like to highlight the launch of a new ECPR open access journal, Political Research Exchange, a very interesting experiment which will be the focus of the next post of this blog.

In Castel Gandolfo for the Economy of Communion meeting

The author in Castel Gandolfo with Prof. Paolo Frizzi (Sophia University) and two East Asian entrepreneurs
The author in Castel Gandolfo with Prof. Paolo Frizzi (Sophia University) and two East Asian entrepreneurs

Between 2 and 5 February 2017 I participated in a meeting organized at the ‘mariapoli’ center of the Focolare movement in Castel Gandolfo. The focus was the Economy of Communion (EoC), theorized by the founder of the Focolare movement, Chiara Lubich, in the early 1990s, and practiced today by about 800 entreprises all around the world (but with its main centers in Italy and Brazil). The idea behind the EoC is that entrepreneurs should not work for profit only, but they should invest a part of their revenues to help poor people and to foster education activities. Most of all, all the people involved in an economic activity (entrepreneurs, workers, customers, and even competitors) should live an experience of communion, not only in economic terms, but also in terms of life experience, information, etc.

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A focus group involving entrepreneurs from different continents

The meeting involved hundreds of EoC entrepreneurs and activists from all over the world, and included different kinds of events, ranging from plenary sessions in which participants shared with the audience their experiences and their practices, to smaller meetings focused on some specific activities or geographic areas, to other kinds of events (particularly, on Saturday 4, we had the opportunity to participate in a meeting with Pope Francis in the Vatican’s Sala Nervi). The first two days of the meeting, particularly, were focused on the new project of the EoC incubator, aiming at fostering the creation and the growth of new EoC entreprises.

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The meeting with Pope Francis: Prof. Luigino Bruni speaks

The participation in the meeting was very important for me at the professional level, for the advancement of the research project on “Searching Alternative Communitarianism, Religion and Economic Development (SACRED)”, that I’m leading at the University of Turin. Indeed, in Castel Gandolfo I had the opportunity to interview entrepreneurs from three different continents: some of them, particularly, with many years of experience, having been involved in the EoC since its very beginning. The interviews, and the participant observation at the event were therefore invaluable for the research.

However, the esperience has proven precious also at personal level, because the interviews have given me the opportunity to meet some really outstanding people, and to listen to their life stories, which will prove impossible to forget.

Call for papers: Religious diversity, gender and citizenship (ECPR General Conference, Oslo 6-9 september 2017)

Religious diversity, gender and citizenship

Claude Proeschel (Fondation Nationale de Sciences Politiques-GSRL, claude.proeschel@wanadoo.fr) and Luca Ozzano (University of Turin, luca.ozzano@unito.it)

ECPR General Conference, Oslo 6-9 september 2017

Please send paper proposals of up to 200 words to the convenors by email by 5 February 2017. DO NOT submit the proposals electronically at this stage: the papers accepted for the panel will be included in the panel proposal by the convenors themselves. You just need to have an active MyECPR account on the ECPR website.

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ABSTRACT
Since the mid-1980s, Europe has been going through a diversification of its religious landscape in a context marked by secularization, individualization of beliefs and religious bricolage, and migrations from Christian and non-Christian-majority countries alike. These processes have resulted in an increased religious pluralism which represents a challenge for contemporary European democracies.
Among the several issues that have been the subject of public and political debates, that of gender is one of the major stakes of religious and political tensions, being linked to religious diversity, principally in terms of religiously-oriented people against secular ones, in terms of religious freedom and fundamental rights of women and sexual minorities.
These issues concern most mainstream religious confessions, particularly the conservative or radical trends which disagree with the principles of equality and individual freedom. These oppositions are not only religious but also political, social and cultural (for example with protest movements such as the French ‘Manif pour tour’ or the Italian ‘Sentinelle in piedi’). On the other hand, some minority religions and new spiritual movements, as well as some strands of mainstream organized religions, are more favourable to embrace demands from women organizations and sexual minorities. The  gender issues cross all these domains of society and, therefore, clearly point out the complexity of the links between them, particularly the interactions between the sexual issues, the ethical and the religious diversities.

This increasing relevance has also meant, in recent years, an increasing presence in public debates, with the involvement of both the media and the political institutions, which have been called to discuss new regulations to accommodate demands from both sides of the debate.
Against this background, this panel will provide new knowledge about the multifaceted role of gender for understanding religious tensions and religious coexistence, in  contemporary times, in a citizenship perspective, as well as in terms of public policies.

Far Horizon

This week, I had the honour to submit, as Principal Investigator of a 10-teams international consortium, an application for the Horizon 2020 call on “Religious Diversity in Europe”. Our project is focused on the analysis of areas of religious controversy and religious coexistence in Europe, to better understand the roots of religious and anti-religious hate, and to propose policy recommendations and educational programs to deal with religion-related controversies.

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Although I have already been PI in a medium size project (Searching for Alternative Communitarianism, Religion and Economic Development – SACRED), an Horizon project is undoubtedly an higher level challenge. Moreover, because of the scarcity of calls on religion-related matters, virtually all European scholars dealing with religion were apparently working on the same call. So, well, let’s cross the fingers…

POLARE School in Rome

This week, I participated in the Ecole Thématique Politique, Laicité, Religion (POLARE), organized by the University of Bordeaux (Sciences Po and Centre Emile Durkheim), the CNRS, ans the French School in Rome. This institutions also hosted the event, in the outstanding framework of Piazza Navona, just in front of the Tritone fountain.

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The Ecole Française in Rome, where the POLARE event took place

The programme of the school was not less interesting, with a 360 degrees reflection on the relation between religion, politics and secularism in the Mediterranean, and the participation of some of the most significant names of the francophone social sciences: Valerie Amiraux, Olivier Roy, Xabier Itçaina, Philippe Portier, Yves Deloye. All assembled together by a perfect organization led by Magali Della Sudda, researcher in Bordeaux.

It was a very interesting but challenging experience (not only for the mental effort to translate from Italian to English to French and reverse!) considering the approach to social sciences of most French scholars, who privilege historical-sociological reflection where the Anglo-Saxon academic community (to which I’m more acquainted) mainly prefers an empirical approach. It is a pity that these two worlds don’t communicate more deeply and frequently, because in their complementarity we could find very interesting resources. Surely, to me the experience was very rewarding.